Home Labirinto T’a cuntari na cosa…

T’a cuntari na cosa…

Il fenomeno del “curtigghiu” mi ha sempre interessata.

Sarà che non è mai stata la mia attività quotidiana preferita, ma mi rendevo conto che parlare con altri, degli altri, non in maniera occasionale ma abitudinaria, partiva da una necessità di considerare il valore spesso morale dei comportamenti altrui, salvo poi degenerare spesso, in maniera più o meno involontaria, nella mera critica con autoinnalzamento a “migliore essere umano sulla faccia della terra”.

Poteva riguardare eventi eclatanti tipo che una aveva tradito suo marito con un altro improbabilissimo o improponibile, un’altra aveva lasciato i figli per cambiare vita, quell’altro si era invaghito di una straniera che gli avrebbe prosciugato tutto il patrimonio, o si trovava separato in casa o se n’era andato in America quand’era giovane che manco sapeva parlare in italiano ed era tornato che si atteggiava a baronetto e imperatore d’Austria, aveva affrontato o subìto altre vicende, oppure poteva riguardare semplicemente l’attitudine a giudicare il vestiario o il lessico o altre caratteristiche sulla base dello scostamento dalla moda ufficiale o dal gusto situazionale e contingente.

La curiosità verso la vita altrui era direttamente proporzionale al tempo impiegato a informarsi sugli altri e richiedeva spesso un grande sforzo, soprattutto se dentro si sentiva forte la necessità di essere sempre informati e di dire la propria.

Iniziai a pensare che, probabilmente, questo tipo di curiosità sugli altri era più facile negli  ambienti sociali più chiusi tipo il paese, in cui tutti si conoscevano per nome, o meglio per ‘nciuria. Appioppatatene una, era la fine. Per generazioni avresti scottato passivamente la malafatta, la caratteristica fisica o quella psicologica insolita del tuo parente a cui era stata attribuita. E per di più diventava più facile e spedito il discorso: partivi con la ‘nciuria e all’interlocutore gli apparivano in mente tutti i parenti collegati. Ma avevi bisogno di una memoria a parte, oltre a quella che ti faceva associare i volti ai nomi, quella che ti associava a quella le ‘nciurie.

Quando misi piede nella città, mi accorsi che tutto il mondo era paese. Incredibilmente le conversazioni più facili e spontanee tra persone non erano su Socrate o Aristotele ma sugli altri vicini o un po più lontani (anche molto più famosi). Le dinamiche erano precise, sputate. Forse sarebbe cambiato qualcosa se mi fossi interessata ai popoli nordici o comunque più freddi o agli agglomerati umani con abitazioni troppo distanti tra loro.

Per tutto il resto forse, più che dal posto, dipendeva dal tipo di persona, dall’educazione ricevuta, dalle abitudini familiari e dalle attività alternative più o meno creative con cui ci si abituava a trascorrere il tempo.

Non solo. Dipendeva dalla qualità della persona, dal suo temperamento innato che poteva anche essere completamente diverso da quello familiare o dalla educazione ricevuta. E il suo giudizio poteva scivolare, nel caso in cui non fosse stata una persona soddisfatta, nella calunnia gratuita, partorita a fantasia, giusto per malvagità d’animo e finanche a quella anonima nei casi peggiori, più tristi e senza speranza.

Anche gli psicologi sociali (Robin Dumbar) formulavano teorie secondo cui, ad esempio, l’umano pettegolare era simile al “grooming” dei primati che, spulciandosi reciprocamente, mantenevano relazioni con la loro cerchia di circa cinquanta individui.

E allora forse, questa funzione sociale arcaica attribuibile alla necessità di incontrarsi per scambiarsi informazioni sugli altri, mi confermava qualche sospetto che nel frattempo s’era affacciato alla mia mente. Capitava di palare degli altri interessandomi alla loro vita in maniera curiosa in concomitanza ad un evento: non avere che fare.

Se sei impegnato tra lavoro dentro e lavoro fuori, e se quando non lo sei ti impegni con attività che coinvolgono la tua creatività e che ti migliorano o che possono migliorare il posto in cui vivi, stai pur certo che non hai né il tempo né la voglia di sprecarlo, perché quello che ti interessa è ben altro e curtigghiare ti sembra uno dei passatempi più insensati a cui ti puoi dedicare.

Un’ammissione, quasi conclamata, di regressione.

 

 

 

Ph: Giuseppe Iannello

 

1 Comment
Inline Feedbacks
View all comments
Anna
20 Gennaio 2017 23:52

Perfetta analisi.Dal curtigghiu ‘nta u paisi rarrieri ai pirsiani,al curtigghiu 2.0 …sempri dda’siemu!Brava Lidia.